In questi giorni il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda sta promuovendo il piano preparato dal Governo per l’Industria 4.0, cercando di delinearne punti di forza e differenze positive rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti, in Francia e in Germania. Per un approfondimento sui meriti e sui punti di forza, vi suggerisco di guardare la presentazione fatta dal Ministro stesso il 21 settembre.

Io vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che coinvolgono direttamente le startup e, in particolar modo, il nuovo legame che si potrà creare tra grande imprese e startup.

tecnologie-abilitantiL’industria 4.0 racchiude delle tecnologie orizzontali e non verticali, sono quindi cross-industria e cross-mercato: i big data possono essere utili per un’azienda di trasporti come per un’azienda che studia il DNA delle persone. Sono quindi tecnologie abilitanti nuove da sviluppare in vari ambiti, che spaziano dal cloud alle stampanti 3D alla realtà aumentata.

Come dice il mio caro amico Luca Giuman: “Nel paradigma della intelligenza collaborativa è l’integrazione dell’intelligenza immateriale della fabbrica nella produzione di pensiero collettivo economicamente sostenibile“.

Proprio per questo ruolo non direttamente dedicato ad un’applicazione, per questo essere molto più ricerca (e quindi vicino al mondo universitario) e meno sviluppo, penso che sia molto più facile per una startup o per una piccola impresa innovativa realizzare soluzioni originali, con contenuti tecnologici differenzianti che consentano di aumentare l’efficienza riducendo contestualmente l’importanza delle economie di scala. Su questa cosa intende spingere molto anche il Governo, proponendo detrazioni fiscali fino al 30% per investimenti fino a 1 M€ in startup e PMI innovative, oltre all’assorbimento da parte delle società che adottano delle perdite per i primi 4 esercizi.

La collaborazione tra startup, flessibile, innovativa e tecnologica, e grande impresa, che può sostenere finanziariamente, industrialmente e/o commercialmente, può diventare quindi un circolo virtuoso capace di creare in maniera sostenibile nuove tecnologie, profitti e quindi posti di lavoro. Tutto fantastico, giusto? Non proprio. Nasce ora un problema secondo me estremamente sottovalutato.

Come mettere in contatto grandi imprese e startup?

Mettiamoci nei panni di una startup che sta sviluppando tecnologie innovative in ambito IoT (Internet of the Things): si rende conto dell’importanza di un partner industriale per scalare ed entrare sul mercato, lo trova … e poi? Chi deve contattare? Il General Manager o il CEO? Il direttore dell’ufficio R&D? Che chance ha la sua email o telefonata di essere letta o ascoltata?

E ora invertiamo il processo e passiamo dalla parte della grande impresa. Chi si deve occupare di ricercare startup innovative? Non certo il super top management, sicuramente troppo immerso in mille altre cose. Forse il responsabile R&D, ma sarà in grado di valutare anche gli aspetti commerciali/industriali?

Da qui la necessità per le grandi imprese di strutturare un ufficio oppure di assumere una persona – a seconda ovviamente delle dimensioni – che si occupi in esclusiva di scouting di startup. Un business development volto più all’esterno che all’interno, che abbia competenze tecnologiche, di mercato, ma anche economiche. Una funzione che, successivamente all’ingresso nel capitale della startup, deve farsi carico di mantenere i rapporti saldi senza però snaturare l’essenza stessa e lo spirito piratesco della startup.

Prima di attivare l’interconnessione tra sistemi fisici e digitali, occorre facilitare l’interconnessione tra grandi imprese e startup.

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Ingegnere gestionale sognatore, 36 anni, ex-startupper diventato imprenditore, marito, papà di un bambino che spera possa crescere in un mondo in cui si fanno scelte più sostenibile. Innamorato della luce.

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