La settimana scorsa ero al telefono con mia madre e le stavo dicendo che il giorno dopo sarei andato al convegno delle Junior Enterprise per raccontare la mia storia di imprenditore. Mia madre mi ha interrotto e mi ha chiesto: “Ma tu sei veramente un imprenditore? Oppure è più giusto considerarti un manager con una piccola (sic) partecipazione societaria? Gli imprenditori sono diversi da te: investono, disinvestono, sono meno dentro il business, insomma … sono diversi …”

Lì per lì ci sono rimasto male, le ho ricordato quanto ho investito (e non solo mentalmente!) nell’azienda che ho fondato e – simulando un’improvvisa “issue da gestire” (come dico sempre!) – le ho messo giù il telefono e ho cominciato a fare un po’ di #riflessionitotali.

Dentro di me mi sento un imprenditore: il mio attuale successo è indissolubilmente legato a quello dell’azienda che ho fondato, sento il peso degli investimenti fatti per far crescere Arianna e la responsabilità sui miei colleghi e le loro famiglie, sui fornitori, etc.

Ho personalmente investito, conferendo brevetti ed €uro, ho delle quote societarie che hanno un valore, una retribuzione molto variabile e un’aurea di incertezza sul futuro, ma oggi mi sa che ce l’abbiamo un po’ tutti.

Poi ho pensato anche alle parole di mia madre: oggi come oggi non potrei più investire ancora in azienda, ho una partecipazione minoritaria, faccio un lavoro da manager, mi occupo di sviluppo mercato, di key accounting, di pensare a nuove tecnologie e ad applicazioni. L’imprenditore per antonomasia ha il Cayenne taaaaaaaaaaaaac parcheggiato fuori, si occupa di sviluppo industriale, di finanza, magari ha anche qualche decennio più di me, indirizza il business e viene ascoltato da tutti, senza possibilità di essere contraddetto.

Chi ha ragione quindi?

Credo che la figura dell’imprenditore – dal dopoguerra in avanti – abbia subito un’evoluzione.

Negli anni ’50, soprattutto nel nostro Nordest, le aziende nascevano da un’opportunità, si costituivano con soldi propri, e poi – se l’imprenditore aveva acume e se il business era azzeccato – mano a mano crescevano, facendo la ricchezza dell’imprenditore prima e dell’azienda poi. Non ho vissuto il mercato del lavoro 40 anni fa, ma posso assumere, spero senza stereotipare troppo, che le piccole e medie aziende fossero poco strutturate da un punto di vista manageriale e che quindi spettassero al paròn, per dirla alla veneta, le decisioni più importanti. L’imprenditore – come riportato anche in questo interessante articolo

http://www.corriere.it/economia/16_giugno_09/quegli-imprenditori-troppo-piccoli-fare-buon-prodotto-non-basta-sfida-mettersi-rete-dcdf5fee-2e75-11e6-ba60-ddaed83f69c5.shtml

poi si occupava di “avere buoni rapporti con il direttore della banca, dare un occhio a quello che facevano i concorrenti e caso mai copiare”.

Oggi chi fonda una nuova azienda parte spesso squattrinato con il mito delle startup della Silicon Valley. Parte sempre da un’idea di prodotto/servizio innovativo, cerca investitori e se è sufficientemente bravo, ambizioso (e se volete anche fortunato) dopo qualche anno riesce ad avere successo e magari a guadagnare di più che un semplice manager. Oggi gli imprenditori si occupano di tecnologia, di marketing e magari in banca vanno una volta all’anno e sanno poco o niente delle problematiche di un capannone industriale.

Jack Ma, carismatico fondatore di Alibaba.com, un giorno tracciò quello che secondo lui dovesse essere il percorso di una persona con l’ambizione di diventare imprenditore. Ecco le sue parole:

Da 30 a 40 anni è il momento di decidere se si vuole veramente lavorare in proprio.

Le sue parole mi hanno ricordato la mia storia.

Forse posso dire di essere veramente un nuovo imprenditore.

The following two tabs change content below.
Ingegnere gestionale sognatore, 36 anni, ex-startupper diventato imprenditore, marito, papà di un bambino che spera possa crescere in un mondo in cui si fanno scelte più sostenibile. Innamorato della luce.

Latest posts by Alberto Giovanni Gerli (see all)